1 Novembre 2021. Sacrario di Redipuglia, davanti la tomba del Duca d’Aosta e in ricordo dei caduti per la Patria nella Grande Guerra.

“Stai andando a Trieste?”. È la domanda, tra un misto di curiosità e approvazione, che mi ha fatto una persona all’uscita dell’hotel.

Avevo appena messo le valigie in macchina e tirato fuori la mia bandiera italiana. La domanda mi ha spiazzato, e ci ho messo qualche attimo per capire cosa volesse dire.

Simbolo di speranza

È stato tre giorni fa, lunedì 1 Novembre, Ognissanti. Avevo pernottato a Redipuglia, ad un passo dal Sacrario Militare e da Ronchi dei Legionari. E stavo per andare alla cerimonia di commemorazione dei soldati, italiani e austro-ungarici, caduti nella Grande Guerra. Un qualcosa che a me sta molto a cuore.

Quando ha visto la bandiera italiana, la persona davanti l’hotel ha invece pensato che stessi per andare a protestare a Trieste contro le misure restrittive imposte dal Governo. 

In letteratura la chiamano “epifania“; più prosaicamente si dice “rivelazione“. Qualsiasi sia il suo nome, è stato quello il momento preciso in cui ho capito la Forza dirompente del Tricolore. In un momento storico di enorme confusione, di libertà continuamente limitate e problemi economici sempre più gravi, la bandiera italiana è la speranza ultima della gente abbandonata.

Una riflessione

Questo è un sentimento relativamente recente. Quando ero bambino negli anni ’80 alle Scuole Elementari, almeno dalle mie parti, era praticamente tabù parlare dei simboli profondi dell’Italia. Al massimo si cantava “L’Italiano” di Toto Cutugno, con “gli spaghetti al dente, e un partigiano come presidente, con l’autoradio sempre nella mano destra, un canarino sopra la finestra“.

Bella canzone, sia chiaro. Però “Il Canto degli Italiani” (l’Inno di Mameli), e l’ancora più epica “La Leggenda del Piave”, le ho imparate da solo, non certo a scuola.

Credo che i Mondiali di calcio di Italia ’90 cambiarono molto le cose. “E il mondo in una giostra di colori, e il vento accarezza le bandiere“: così Gianna Nannini ed Edoardo Bennato descrivevano perfettamente quelle notti magiche, sotto il cielo di “Un’Estate Italiana”. C’era davvero da essere orgogliosi nello sventolare la bandiera. Fieri, proprio come cantava Toto Cutugno qualche anno prima: “Lasciatemi cantare, perché ne sono fiero, sono un Italiano, un Italiano vero“.

Mi ricordo che il quotidiano Il Tempo comprese bene questo sentimento sano che piano piano cresceva in Italia negli anni ’90, e lanciò una campagna affinché il tricolore fosse esposto con orgoglio su ogni edificio pubblico. L’appello ebbe successo nel 1998, ufficializzato nella Legge 22/1998.

Ciampi, il Migliore

Non solo. L’anno dopo Carlo Azeglio Ciampi, per me in assoluto il miglior Presidente che la Repubblica Italiana abbia mai avuto, venne eletto Presidente. Ed il 4 Novembre 2001, esattamente 20 anni fa, lanciò questa esortazione:

«Non è un caso che i Padri Costituenti, come simbolo di questo insieme di valori fondamentali, all’Articolo 12, indicarono il Tricolore italiano.
Il Tricolore non è semplice insegna di Stato. È un vessillo di libertà, di una libertà conquistata da un popolo che si riconosce unito, che trova la sua identità nei principi di fratellanza, di uguaglianza, di giustizia nei valori della propria storia e della propria civiltà.
Per questo, adoperiamoci perché in ogni famiglia, in ogni casa ci sia un Tricolore a testimoniare i sentimenti che ci uniscono fin dai giorni del glorioso Risorgimento.»

In ogni casa ci sia un Tricolore!

In casa mia c’è il Tricolore. E lo stesso Tricolore che ho sventolato ora al Sacrario di Redipuglia, lo sventolai qualche anno fa proprio davanti al Quirinale.

Ero stato ricevuto dal Presidente Sergio Mattarella assieme agli studenti del mio ex Liceo: presentavamo il progetto Ragazzi del ’99 che stavamo portando avanti per raccontare su Twitter e Facebook le notizie quotidiane della Grande Guerra. 100 anni dopo, in diretta giorno per giorno come se fosse oggi.

Una grandissima emozione. Ed all’uscita, volemmo fare una foto ricordo davanti al Quirinale.

7 Luglio 2015. Foto ricordo col Tricolore davanti al Quirinale.

Le guardie del Quirinale non si rivelarono però molto contente: inizialmente ci vietarono la foto, e volevano anzi quasi confiscarci la bandiera. Credo, spero, che la loro fu un’incomprensione, temendo che quella fosse una qualche forma di protesta.

Oggi

Stai andando a Trieste?“. Sono parole mi hanno fatto riaffiorare alla mente questo piccolo problema davanti al Quirinale anni fa, di cui mi ero ormai scordato.
Ed ho capito una cosa.

Un popolo diviso è un popolo controllabile. Giulio Cesare nel De Bello Gallico descrive magistralmente la sua strategia per conquistare la Gallia: Divide et Impera, dividi e comanda. E quando i Galli ebbero il loro ultimo sussulto con Vercingetorige ad Alesia, fu per loro ormai troppo tardi.

Io comincio ad essere molto preoccupato. Vedo questa stessa strategia della divisione venire perseguita in Italia sugli Italiani. Questioni polarizzanti che sono continuamente introdotte, senza che invece si discuta di questioni realmente importanti per la gente.
Disoccupazione giovanile, carenze nello sviluppo culturale e professionale, povertà ai massimi da 15 anni, beni fondamentali (pane, luce, carburanti) che rincarano anche fino a raddoppiare: non dovrebbero essere questi i temi in assoluto prioritari per il Governo?

Passano gli anni, i lustri, i decenni. Si susseguono i Governi. Eppure questa sensibilità ai temi concreti non c’è mai. La gente soffre, non trova ascolto, si disaffeziona alla politica e smette di votare. È comprensibile.
Nelle ultime elezioni amministrative si è addirittura arrivati a livelli record di astensionismo. Fenomeno assolutamente preoccupante da qualsiasi punto lo si guardi: e nonostante tutto è messo in sordina, se non taciuto completamente.

E l’unico, ultimo, rifugio rimane il Tricolore. Perché il Tricolore dà speranza a chi non ne ha. Perché il Tricolore unisce un popolo che si vuole diviso. Perché il Tricolore incute anche paura a chi governa e amministra male il bene pubblico: è il brusco richiamo alla mente che c’è qualcuno a cui loro devono rendere conto. Il popolo italiano.

4 Novembre

«O say does that star-spangled banner yet wave
O’er the land of the free and the home of the brave?»

«Dimmi dunque. Sventola ancora quella bandiera lucente di stelle
sulla terra degli uomini liberi e sulla dimora dei coraggiosi?»

Queste sono le parole di “The Star-Spangled Banner”, l’Inno nazionale degli Stati Uniti d’America. E mi chiedo: se questa stessa domanda fosse posta in Italia, quale sarebbe la risposta?

Intanto oggi è il 4 Novembre, il giorno dell’Unità Nazionale, il giorno più importante d’Italia. Eppure depennato da festività nazionale. Poco importa: io sventolo orgoglioso il mio Tricolore nel ricordo di tutte quelle persone che nei secoli hanno creduto, lottato e voluto che l’Italia fosse libera, e non l’ “espressione geografica” di Metternich.

E penso che, nella situazione difficilissima che stiamo vivendo, non di Unità Nazionale ma quasi di Divisione Nazionale, il modo migliore per onorare quella che Alessandro Manzoni definì “santa vittrice bandiera” sia dare il proprio massimo per gli Italiani: nel lavoro, nell’impresa, nel volontariato.

Ripenso poi al quel discorso che Ciampi tenne il 4 Novembre di esattamente 20 anni fa. Lo concludeva con queste parole, che per qualcuno sembreranno vecchie e stantie. A me fanno invece pulsare il cuore.

Viva la nostra Patria.
Viva l’Italia.

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