Abbattere i dinosauri sacri: come ripartire per un vero sviluppo

“Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere” – Da ” La Meglio Gioventù” (2003) https://www.youtube.com/watch?v=jMIyjPddHyY

Questo articolo è stato pubblicato sul libro di Stefano Cianciotta: “Per un nuovo ecosistema industriale in Abruzzo”. Ma la sostanza è applicabile a tutta l’Italia.

18mila km², 7,7 milioni di abitanti e un PIL di quasi 1,000 miliardi di dollari nel 2019: è la Bay Area di San Francisco, al cui cuore c’è la Silicon Valley. Ragioniamo un attimo su questi numeri: una striscia di terra lunga all’incirca 200 km e larga 90 km, che da sola produce la metà del PIL di tutta l’Italia pur avendo solo un ottavo della popolazione.

La forza alla base della Silicon Valley

Eppure 60 anni fa la Silicon Valley era assai diversa dalla potenza che è oggi. Al di là dei mega campus di Google e Apple, tracce del passato si intravedono dalle colline di Saratoga a fianco a Cupertino, che a me personalmente ricordano molto quelle teramane attorno a Sant’Omero.

Come è possibile che una zona di terra, per molti versi simile all’Abruzzo, sia in alcuni decenni diventata la più tecnologicamente avanzata al mondo? Non mi dilungherò su questo. Ci sono miriadi di libri che parlano della storia della Silicon Valley e delle anime dei suoi protagonisti: dal vero fondatore (William Shockley, suprematista bianco), passando per gli hippie alla Steve Jobs, per finire più recentemente coi nerd di Google.

Ma cos’è che alla fine accomuna persone così profondamente diverse? Un semplice pensiero. “Io ho ragione, e lo dimostrerò“. Una forza d’animo che incarna il Titanismo romantico, e non si limita solo a poesie ma si traduce in fatti. “Io posso farcela, e ce la farò“.

Ogni tanto io mi guardo dietro. Avevo 20 anni quando sognavo il mio futuro, e la mia ragazza al tempo, di Lanciano, mi disse: “ma che sono queste velleità americane? Vieni dalla campagna di Sant’Atto e San Nicolò a Tordino. Figurati se ti farai strada là in America”.
Se c’è una cosa, una sola cosa, che frena l’Abruzzo e la maggior parte d’Italia è proprio questa: pensare e far pensare di essere incapaci, e non tentare nemmeno. E la scuola ha le sue gravi colpe in questo, incapace essa stessa di far volare i propri studenti.

Croce e Gentile: l’involuzione italiana

A livello di istruzione, siamo ancora fossilizzati su una concezione del sapere di stampo ottocentesco che fu proprio un abruzzese (Benedetto Croce) assieme a Giovanni Gentile ad impartire. Una celebrazione delle materie classiche e disdegno di qualsiasi cosa avesse attinenza scientifica e pratica: insomma, un sapere senza saper fare.

Qui sotto riporto un commento moderno di Francesco Vissani (Laboratori Nazionali del Gran Sasso – INFN) su Benedetto Croce:

“Benedetto Croce, la scienza e la scuola” (2019) – Francesco Vissani
Laboratori Nazionali del Gran Sasso & Gran Sasso Science Institute

Qui sotto un altro commento moderno di Piergiorgio Odifreddi, senza giri di parole, su Benedetto Croce:

“Dizionario della stupidità VINTAGE” (2017) – Piergiorgio Odifreddi

C’è una cosa che mi preme dire a proposito di Croce, Gentile e tutti i filosofi del vacuo che negli ultimi 100 anni hanno permeato la “cultura” italiana. È arrivato il tempo di abbattere questi dinosauri sacri, che ormai sono diventati uno degli ostacoli principali allo sviluppo culturale ed economico dell’Italia.

Così come infarcire i nostri discorsi di termini inglesi non ci rende più intelligenti, non è che recitare a menadito “Gallia est omnis divisa in partes tres” ci faccia progredire culturalmente.
La superiorità degli antichi Romani non era affatto nella lingua che parlavano. Lo era invece nei princìpî etici del mos maiorum, che si traduceva anche nello spirito pionieristico nell’esplorare terre nuove, nel costruire prodigî di tecnologia come gli acquedotti o, come Cesare, addirittura ponti sul Reno in 10 giorni. La superiorità degli antichi Romani consisteva nel non fermarsi, ma andare avanti sempre e comunque. Ecco, nell’animo, la Silicon Valley di oggi è proprio la Roma di un tempo.

Il ruolo dell’Università per la crescita

È compito morale dell’Università esprimere questo spirito. Essere da guida, e far esplodere il massimo del potenziale dello studente proprio in quella fascia d’età (tra i 18 e i 25 anni) dove la creatività è massima. Per farlo però non ci si può limitare alle buone intenzioni o a belle parole sui giornali: va fatto. E per questo serve una classe docente di eccellenza.

Prendiamo a caso i curriculum dei professori di Informatica di Stanford, l’epicentro culturale della Silicon Valley, e quelli di una qualsiasi Università italiana. Salta subito all’occhio una cosa: la pratica. Gran parte dei professori di Stanford ha esperienze imprenditoriali, o comunque di alto spessore industriale, in aggiunta a quelle puramente accademiche. In Italia questo non avviene.

Fermiamoci un istante a pensare. Da un lato (Stanford) abbiamo studenti che assorbono conoscenza concreta e moderna da professori parte attiva del progresso tecnologico e scientifico; dall’altro lato (Italia) abbiamo studenti che assorbono conoscenza teoretica da professori puramente accademici. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Un esempio? Da sempre l’Italia si (auto)celebra come eccellenza mondiale di Ricerca, ad esempio in campo medico: eppure non abbiamo saputo creare un vaccino quando ce ne è stato bisogno, e abbiamo finito col dipendere dalla carità di compagnie e Paesi stranieri.

Oggi l’Università italiana più rilevante nel mondo è il Politecnico di Milano, posizionata al 137esimo posto secondo l’ultima classifica QS.

Cioè in un Paese del G7 come l’Italia, la migliore università (di Ingegneria per giunta, ossia il motore trainante di un’economia) è solamente la 137esima al mondo. 

Cosa può fare l’Italia? Pensare strategicamente e concretamente in grande, con la creazione di un centro universitario di eccellenza che punti in 20 anni ad entrare nella top 10 mondiale. Così sta facendo la Cina con la Tsinghua University, e non è certo un caso che il progresso economico lì stia andando di pari passo.

Tra le potenziali ubicazioni in Italia, l’Abruzzo ha ottime carte per candidarsi a sede di questo polo di eccellenza:

  1. Ha ambiente e clima. Può sembrare banale, ma la Silicon Valley dimostra che studenti, professori e imprenditori sono in primis esseri umani, e apprezzano luoghi ameni. In questo l’Abruzzo, come anche esemplificato dai colori della sua bandiera (che stanno per montagna, colline e mare) è pressoché unica in Italia
  1. Nonostante la sua posizione geografica centrale, l’Abruzzo è considerato regione del Meridione. In quanto tale, ha ricevuto e riceverà fondi speciali per lo sviluppo, specialmente ora con il Next Generation EU

Questo polo di eccellenza deve assolutamente essere incentrato sull’Ingegneria e sulla Ricerca Applicata, favorendo la creazione di impresa ad alto contenuto tecnologico.

Realizzare il Nuovo Miracolo Italiano

Vi ricordate il “Nuovo Miracolo Italiano” di Berlusconi del 1994, che avrebbe creato una rinascita economica come quella tra gli anni ’50 e ’60? Promesse mai concretizzate all’epoca. Però, con lungimiranza e vera volontà politica, possono essere realizzate. Come?

Le startup, specialmente poi quelle tecnologiche, sono grandi propellenti di posti di lavoro, ed in più aumentano la qualità della forza lavoro rendendola maggiormente competitiva a livello mondiale.

Questo è sotto gli occhi di tutti. È stato relativamente facile per la Cina nei decenni diventare leader mondiale in aree a basso contenuto tecnologico, il che ha impattato l’economia del tessile che in Abruzzo era tra quelle trainanti. Sarebbe invece estremamente più difficile replicare e sovrastare un’economia basata sulla costante innovazione tecnologica: infatti, solamente adesso la Cina sta iniziando a superare gli USA.

È semplice? Assolutamente no. Richiede tenacia, capitali, e una classe politica lungimirante che guardi a un orizzonte temporale di 20 anni e non alle elezioni dell’anno che verrà. La prossima generazione, come esplicitamente indicato nel nome “Next Generation EU” dei fondi europei.

E mi piace ricordare poi, prendendo spunto da una frase di Deng Xiaoping, che “creare ricchezza è glorioso per il Paese“. Per farlo, il primo passo è lavorare sull’Università: è da lì che può e deve sorgere il meglio dell’Italia.

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