Sindrome del Palio di Siena e Innovazione

C’è un’espressione coniata da Roberto Bonzio che riassume nella sua più intima essenza il problema principale dell’Italia: “la sindrome del Palio di Siena”.

Quasi tutti in Italia immaginano il palio di Siena come un gran spettacolo, nella bellissima cornice di Piazza del Campo, tra tripudio di bandiere e regole che si perdono nella Storia fin dal Medioevo. La realtà dietro le quinte di tanta scenografia è, nella sua infinita tristezza, assai interessante. 

C’è una regola, la regola, principale che ogni contrada del Palio di Siena segue a tutti i costi: impedire alla contrada rivale di vincere

Fermiamoci un secondo a pensare. È una competizione in cui, invece di fare di tutto per vincere, si fa di tutto per impedire al proprio rivale di vincere. In termini calcistici, è un po’ come se l’Inter, invece di sforzarsi al massimo per vincere lo scudetto, facesse di tutto per farlo perdere alla Juventus e ne fosse pure più contenta. Peggio del “mors tua, vita mea” dei gladiatori romani: è più simile a un “mors tua, laetitia mea“. Poco importa che io non abbia vinto: la gioia più grande è aver visto il mio avversario perdere, e che io abbia fatto del mio “meglio” perché questo accada.

È una depravazione morale che l’Italia sconta sin dal Medioevo. Dante ne parla in modo magistrale nel Canto XIII del Purgatorio«Savia non fui, avvegna che Sapìa fossi chiamata, e fui de li altrui danni più lieta assai che di ventura mia» (“Saggia non fui, anche se in vita mi chiamavo Sapìa, e fui molto più lieta delle sventure altrui che della mia fortuna”). Queste le parole pronunciate da una donna proprio di Siena, l’emblema dell’invidia.

Canto XIII – Dante tra le anime degli invidiosi, incontra Sapìa (Gustave Doré)

Mi fa davvero male dirlo e scoprirlo ogni volta. Ma oggi per me è stata l’ennesima conferma della Sindrome del Palio di Siena.

Il mio canto libero

Ho inaugurato questo blog coi miei pensieri sui passi che l’Italia deve fare per svoltare seriamente nell’innovazione tecnologica e non finire oppressa da potenze straniere. Oggi come ieri, per evitare quello che successe nel nostro Medioevo.

Come ho scritto nel mio primo articolo, un paio di mesi fa ne ho parlato col Ministro Paola Pisano, e sono felice che abbia incorporato alcuni consigli nel documento “2025. Strategia per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione del Paese“.

Sinceramente non mi aspettavo ringraziamenti alla fine del documento: i miei suggerimenti sono solo un piccolo contributo personale, un atto che sento moralmente dovuto come privato cittadino che ha esperienza nel settore, e che soprattutto non si arrende al fatalismo.

Cosa spinge una persona? Cosa la motiva? Quale la missione e lo scopo nella vita? Sarò forse un idealista romantico ottocentesco, ma per me è fare di tutto per portare benessere al nostro Paese. Non credo di essere l’unico in Italia, ma forse sono fortunato ad avere un po’ di voce. E sono onorato che sia un po’ sentita.

Oggi leggo un articolo de Linkiesta, e da qui scopro che il mio nome è tra quelli che il Ministro Pisano ringrazia. Quello che è una cosa normale e sana, ossia un Ministro che chiede parere a un esperto, diventa secondo l’articolo de Linkiesta motivo di intrighi. Copio qui sotto dall’articolo la sezione che mi riguarda:

Nella lista dei “consulenti” del piano Innovazione, oltre al fondatore del Movimento, si trova Vincenzo Di Nicola, numero uno di una società che si occupa di cripto-valute, ma soprattutto consulente di Rousseau per il quale ha gestito una competizione tra sviluppatori informatici per premiare le migliori idee per la democrazia diretta. La gara andò completamente deserta.

Che devo dire. Sono senza parole. Linkiesta, io capisco che la tua linea editoriale è trovare fenomeni strani (e purtroppo è vero che spesso ci sia del marcio in Italia), ed è cosa buona che ci sia quello che gli Americani chiamano un “watchdog”, un guardiano. Immagino sia quello che i tuoi lettori si aspettano.

Non è invece cosa né buona né etica cercare il male là dove c’è solo tanta volontà. Non è neanche etico scrivere di persone, insinuare dubbi su di loro, e neanche pensare a contattarle per avere informazioni.

Linkiesta, mi definisci “consulente di Rousseau”. Purtroppo so pure che in un Paese in declino le buone azioni sembrano assurde. Ma io sono invece orgoglioso di aver contribuito *gratuitamente* e nel mio tempo libero alla ristrutturazione della vecchia infrastruttura Rousseau, aiutando a portarla allo stato dell’arte informatica 2020 (cosa che non si può dire di moltissime altre piattaforme di uso ben più grande in Italia), e migliorato un po’ l’immagine dell’Italia nel mondo. È un progetto “sexy”, come si direbbe in Silicon Valley, quasi unico nel mondo, e su cui da ingegnere sono fiero di aver messo virtualmente una mia firma. Linkiesta, guarda che nel mondo digitale tantissime persone aiutano, e gratuitamente, in progetti affascinanti tecnologicamente: probabilmente gli stessi server su cui gira la tua piattaforma web usano Linux, e senza saperlo stai già ora usando codice scritto da tante di quelle persone.

Ma soprattutto sono contento di aver lanciato un prototipo di vera avanguardia sul voto digitale anonimo, e di aver conosciuto tanti ragazzi e ragazze di buona volontà che hanno in vario modo contribuito al progetto. Dai semi di quella gara che tu definisci andata deserta, è uscito fuori un bel White Paper di frontiera. Nel suo piccolo, un grande risultato in un Paese che soffre di enorme arretratezza in ambito informatico.

È su temi come questi che vivo e su cui amo commenti: so che c’è molto che si può migliorare, ed è solo con l’aiuto di tutti quei pochi “doers” (chi fa e costruisce, non chi chiacchiera) rimasti in Italia che si può cambiare rotta.

Una delle persone storiche a cui guardo con enorme ammirazione è Giuseppe Garibaldi. Non era certo un monarchico, ma il suo ideale era un altro e ben più grande. Capì bene che l’Unità d’Italia, l’unica cosa che davvero contava, andava ben oltre questioni divisive come monarchia/repubblica. Senza questa considerazione, l’Italia sarebbe rimasta una semplice espressione geografica, se non peggio come i Curdi oggi.

L’innovazione tecnologica è uguale. È fondamentale per l’Italia che ci si scuota dal torpore e si costruisca. È irrilevante se queste indicazioni vengano dal Movimento 5 Stelle, dal PD, dalla Lega, dai Comunisti o da Forza Nuova. L’unica cosa che conta è il valore del contenuto, non certo chi lo scrive. E, soprattutto, che poi venga effettivamente eseguito. Fatti, non parole.

Basta con guelfi/ghibellini, terroni/polentoni, cittadini/campagnoli, e tutte le altre divisioni tossiche di cui l’Italia soffre da secoli e che non vanno mai ad affrontare i problemi.

United we stand, divided we fall” (“Uniti ci ergiamo, divisi crolliamo”) è la frase che più riassume lo spirito degli USA. Non è un caso che siano loro la più grande potenza del mondo, e noi solo una remota provincia del mondo.

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